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Paganesimo: Parte V - Sacrifici

In età vichinga i cristiani riferirono che alcuni pagani offrivano sacrifici agli Æsir, ai Vanir, agli elfi (ovvero gli spiriti dei morti) e ad altre vettr ("creature") "fuori stagione", chiedendo loro dei favori. Essi riferirono altresì che molti pagani guardavano a questi sacrifici con disprezzo. I cristiani credevano che queste persone non fossero dei "veri" pagani. Essi avevano invece ciò che era conosciuto come "trúa á mátt sinn ok megin" ("fede nella propria forza e potere").

Come sempre l'interpretazione cristiana è ignorante. Questi pagani erano in verità tanto pagani quanto i pagani che offrivano tali sacrifici (anche) "fuori stagione". La ragione per cui alcuni pagani non offrivano sacrifici "fuori stagione" è che, per qualunque cosa essi avessero bisogno dell'aiuto degli dèi, non la meritavano. Se in un qualunque contesto si chiede aiuto agli dèi, ed esso vien garantito, il frutto di tale aiuto appartiene agli dèi. Chi lo ha chiesto non lo merita, a meno che non l'abbia conquistato con "mátt sinn ok megin" ("la propria forza e potere").

Osserviamo questo da alcuni ritrovamenti archeologici, in cui armi, navi e resti umani son stati ritrovati in paludi e laghi della Scandinavia. Armi perfettamente utilizzabili ed equipaggiamento vario furono distrutti, e i prigionieri vennero condannati a morte e gettati in un sacro lago oppure appesi a un sacro albero. Il bottino veniva donato agli dèi. I vincitori sceglievano di far questo, dopo la battaglia, piuttosto che prendere le armi dei nemici morti come bottino di guerra oppure rivenderle, ed utilizzare o vendere i prigionieri come schiavi, poiché essi avevano chiesto aiuto a Òðinn per vincere la battaglia. Essi probabilmente distruggevano tutto l'equipaggiamento del nemico per assicurarsi che nessuno lo avrebbe recuperato, o forse per "ucciderlo" simbolicamente e renderlo così disponibile agli dèi, i quali vivono "nel reame dei morti".

In effetti, siamo anche in possesso di un esempio storico di questo molto ben conosciuto: quando Herman (Arminius) della tribù dei Cheruski, nell'anno 9, condusse la resistenza germanica contro l'invasione romana della Germania ad est del fiume Reno. Apparentemente, essi distrussero due terzi delle legioni romane, e dopo una schiacciante vittoria impiccarono più di 10.000 (!) romani agli alberi della Teuteburger Wald, in Turingia, come sacrificio offerto a Òðinn (ovvero Wōðanaz, poiché questo era il suo nome all'epoca). L'esito oltremodo brutale della battaglia impedì ai romani di conquistare la Germania ad est del Reno, e i romani, in seguito ai fatti qui sopra descritti, non furono poi così entusiasti di mandare altre legioni nel tentativo di conquistare quei territori.

Se queste tribù germaniche non avessero chiesto l'aiuto di Òðinn avrebbero potuto utilizzare o vendere i nemici catturati come schiavi (una pratica molto comune nell'antichità). Ma essi dovevano la vittoria a Òðinn, così tutto apparteneva a lui - a Hangatý ("il dìo degli impiccati", uno degli epiteti di Òðinn).

Quando (tutte) le differenti tribù pagane offrivano sacrifici "di stagione", durante le alte festività, non presupponevano di chiedere speciali favori agli dèi, bensì facevano questo per rafforzare il loro legame con gli dèi. Di conseguenza, nella Scandinavia pagana un sacrificio era conosciuto come "blot" ("sangue", "rafforzare"). Quando si ricevono visite, si mostra ospitalità e si servono cibo e bevande. Alla vigilia di Yule, gli dèi fanno visita ai viventi accompagnati dagli elfi ("eterni", gli spiriti dei morti) che han portato con sé dai cieli. Sebbene si dica che Heimdallr, Þόrr oppure Òðinn conducano questa processione di dèi e fantasmi - meglio conosciuta come gli Oskorei ("l'armata del tuono") - anche gli altri dèi erano presenti. Per far trovare del cibo agli Oskorei venivano appese torte e altro cibo agli alberi (vale a dire, il cibo veniva "ucciso" per renderlo disponibile ai morti), inoltre veniva versato idromele1 sui tumuli funerari, affinché i morti si sentissero benvenuti, e si mangiava e beveva in onore degli dèi. Essi preparavano anche con speciale attenzione i loro letti, alla vigilia di Yule, e poi dormivano sul pavimento, per far sì che gli ospiti da Ásgarðr dormissero bene in essi.

Il banchetto non veniva organizzato per chiedere agli dèi un anno buono e pacifico, bensì per ringraziare gli dèi per la pace e la prosperità che essi han deciso di concedere per l'anno a venire. Lasciavano che gli dèi decidessero ciò che essi meritavano, e li ringraziavano per qualunque cosa avrebbero ricevuto, che fosse molto o poco. Gli altri sacrifici durante l'anno avevano lo stesso scopo: ringraziare gli dèi per qualunque destino essi avrebbero riservato loro. Serviva a poco chiedere di più, oppure chiedere favori speciali, poiché - come ho affermato sopra - ciò che si guadagnava in quel modo apparteneva al potere che aveva dato aiuto nel guadagnarlo. Un tale guadagno extra doveva esser donato (sacrificato) al potere che aveva donato aiuto, altrimenti la cattiva hamingja ("fortuna") si sarebbe abbattuta su di loro.

Noi tutti riceviamo favori dagli dèi, per cui (dovremmo) ringraziarli durante le alte festività dell'anno. Dimostriamo rispetto agli dèi semplicemente accettando i nostri destini ed apprezzando tutti i favori che riceviamo lungo la nostra strada, così come nella vita noi facciamo del nostro meglio. "Trúa á mátt sinn ok megin", in altre parole, non significava mancanza di fede negli dèi, ma piuttosto completa fiducia negli dèi (questo significava infatti "Ásatrú": "fede nell'Æsir", "fedele all'Æsir"). Questi pagani non chiedevano speciali favori agli dèi, bensì essi davano comunque il benvenuto a qualunque destino si presentasse sulla loro strada. Essi facevano affidamento su tutto ciò con cui gli dèi e la sorte (il destino) li avevano equipaggiati fin dalla nascita: la loro propria forza e potere.

La filosofia pagana vien ben descritta dal detto: "ogni uomo ottiene ciò che merita". Se si chiede qualcosa di straordinario, qualcosa in più, allora si deve pagarlo, in un modo o nell'altro. Se non lo si annulla da sé (donando/sacrificando il guadagno extra agli dèi), ciò che è "sbagliato", l'"ingiustizia" del favore extra verrà in qualche maniera annullata dalla cattiva hamingja - in pieno accordo con la comprensione pagana della giustizia. Gli dèi restaureranno da sé la giustizia, in un modo o nell'altro, e la cattiva fortuna potrà arrivare quando e dove meno la si aspetta. Ogni uomo ottiene ciò che merita. Non di più, non di meno. Chiedere favori speciali è un affare rischioso.

L'usanza, per la maggior parte praticata in tarda età pagana, o nel caso dell'Europa meridionale anche durante l'antichità, di chiedere agli dèi favori "fuori stagione" è semplicemente decadenza religiosa, e non dovrebbe essere utilizzata come modello dai pagani moderni. La preghiera sarebbe dunque l'ignoranza e la decadenza religiosa estrema: un discreto sacrificio di tempo e di pensieri (spesso egocentrici) intesi a far sì che gli dèi avallino il desiderio della persona che prega. Non solo tutto questo è molto irrispettoso, nel senso che la persona in preghiera suggerisce di saper meglio degli dèi; è altresì follia chiedere che gli dèi modifichino il destino di qualcuno - chiedendo in effetti loro di privare quella persona dello scopo della sua vita. Tutto ciò che accade nelle nostre vite è destinato ad accadere, allora perché dovremmo volerlo cambiare?

Non dovremmo mai cercare di far cattivo uso del potere del sacrificio. Inoltre solamente gli iniziati, i quali sian passati attraverso i misteri dell'iniziazione, possono comunicare con gli dèi, dunque la preghiera non ha in ogni caso senso, a meno che non si sia passati attraverso i misteri dell'iniziazione pagana. I normali esseri umani non iniziati non possono comunicare con gli dèi comunque. Essi non conoscono l'"asamál" ("il linguaggio degli dèi") e non possiedono le chiavi d'accesso ai loro reami. Essi non conoscono le rune ("segreti").

Ciò di cui non si fa esperienza in questa vita lo si esperirà nella prossima vita, di conseguenza non ha veramente senso cercare di evitare il proprio destino, non importa quanto orribile esso sia, quanto ingiusto esso possa sembrare o quanto si vorrebbe diversa la propria vita. Accettate il Vostro destino, e accettate anche il destino degli altri. Come Giulio Cesare disse: amor fati ("amore del destino", "amate il Vostro destino"), e non cercate di cambiarlo attraverso insignificanti sacrifici e preghiere. Influenzate la vita ed il mondo solo con "mátt sinn ok megin"!

A meno che la situazione non sia molto speciale, oppure si sia pronti a pagare il prezzo e ad annullarlo successivamente, si dovrebbero offrire sacrifici solamente sotto la guida degli iniziati, e soltanto per ringraziar gli dèi per tutto ciò che essi ci han donato nella vita. Che sia pioggia scrosciante o sole splendente, avversità o prosperità, buona o cattiva fortuna. Tutto ha uno scopo - ed ogni uomo ottiene ciò che merita.

In ogni caso, desidero sottolineare come una cosiddetta vita dall'infausto destino non venga assegnata per "punizione" (e posso aggiungere che "punizione" è un termine alieno alla filosofia pagana), ma per metterci nella condizione di crescere, prosperare e fiorire a lungo termine. Essa viene a noi assegnata per renderci esseri umani più forti, migliori e più nobili. Tutte le avversità nella vita costituiscono un'opportunità per divenir migliori (purificati), non una punizione. Solamente l'avversità che affrontiamo ci condurrà più vicini agli dèi. Inoltre, il "male" nel nostro mondo genera l'opportunità per il "bene" di produrre i suoi semi.

Siamo tutti responsabili per le nostre vite, nel senso che siamo noi a decidere che cosa portare nella tomba quando muoriamo - quanto "bianchi" (puri) saremo quando moriremo. Ciò che abbiam bisogno d'imparare e di superare nella vita vien deciso anche prima che noi nasciamo; vien deciso dal nostro passato (cioè dalle nostre vite passate). Siamo sempre noi i responsabili del nostro stesso passato, per questo siamo tutti responsabili per ciò che siamo oggi. Tutti, sempre, otteniamo quel che meritiamo.

La fede negli dèi e nel loro libero arbitrio e la fede nel destino sembrano un paradosso, ma sono soltanto conseguenza del fatto che gli dèi cercano di penetrare e migliorare ogni cosa, mentre le leggi della necessità oppongono loro resistenza. L'umanità sta in equilibrio tra il libero arbitrio degli dèi e tali leggi della necessità.

Esistono in verità molti paradossi nell'universo, e il genere umano è uno di questi: siamo creature terrestri e divine; i nostri corpi hanno origine da Jord (in norreno "Jorð", "Terra"), Madre Terra, ma le nostre menti (o cosiddette "anime") hanno origine in Bore (in norreno "Buri", "Nato"/"Generato"), il dìo del cielo - e mentre la mente desidera ardentemente dimora ("Ásgarðr"), il corpo la trattiene sulla Terra, e così farà finché non saremo sufficientemente purificati e migliorati.

Note a piè:
  1. Cfr. V. Vikernes, Guide To The Norse Gods And Their Names, 2001, Cymophane Publishing; trad. it. Breviario degli dèi norreni e dei loro nomi, pag. 10: "Mjørðr" ovvero "Mjød", "Il nutrimento del guerriero".

Varg Vikernes
Gennaio 2005
Traduzione di Lupo Barbéro Belli



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(La vìa della purificazione e dell'illuminazione)


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