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Intervista a Varg Vikernes
"Decibel" rivista (13.04.2010)
Chris Dick

Questo botta e risposta con Burzum non è un'intervista a supporto dell'eccellente storia di copertina firmata da J. Bennett su "Decibel" #67. Piuttosto, si tratta semplicemente di una serie di domande poste a Varg Vikernes, la mente dietro Burzum, le quali hanno lo scopo di comprendere meglio l'uomo aldilà del mito. Pensatelo come un pezzo di accompagnamento alla storia su "Decibel" #67. Come due appassionati di tiro con l'arco seminudi che si aiutino l'un l'altro a comprendere gli aspetti più sottili della disciplina.

Avevamo il limite di dieci domande, a nove delle quali Varg ha risposto. Dunque, tenendo presenti tali parametri - ed il fatto che "Belus", il lungamente atteso ritorno di Varg al metal, è in effetti un lavoro impegnativo e musicalmente vibrante (alcuni lo considerano il disco dell'anno) - e non una malformata ode trisomica a 21 tastiere dedicata a Manuel Göttsching - abbiamo posto le nostre domande. Quelle che seguono sono le inalterate risposte di Varg alle nostre inalterate domande. Semplici ed essenziali, come quando le cose funzionano così.


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Perché il ritorno di Burzum al metal è stato significativo? "Dauði Baldrs" e "Hliðskjálf" presero, a quanto sembra per ovvie ragioni, una strada diversa.

Compongo quasi tutta la mia musica alla chitarra, dunque il ritorno al metal per me è stato semplicemente naturale. È un ritorno alle origini di Burzum.

Nel bisogno pressante di classificazione, definiresti "Belus" un album Black Metal o qualcosa di completamente diverso?

Personalmente non vedo perché dovremmo aver bisogno di etichettare "Belus" come Black Metal. Il Black Metal oggi è così diverso da ciò che era nel 1991/1992, e io non ho nulla in comune con le cosiddette band Black Metal odierne. Penso che "Belus" sia metal, sicuro, e, se dovessi per forza classificarlo, direi che è un album heavy metal o forse thrash metal. "Sverddans" è senz'altro thrash metal.

Durante il processo di composizione di "Belus" hai stabilito dei parametri su ciò che avrebbe potuto o non potuto essere?

Non direi. Ho semplicemente composto l'album nel modo in cui avrei voluto che suonasse. All'inizio volevo anche inserire una traccia ambient, ma non funzionava nel modo che desideravo dunque ho lasciato perdere, ed è andata bene così.

Per quanto riguarda le liriche, che cosa ti interessa di "Belus"? Sembra esistere una divinità o un concetto simile anche nelle mitologie orientali.

Il nome ha origine nel nostro ambito culturale indoeuropeo, e deriva da un termine indoeuropeo. Esistono parecchi nomi di questa divinità in tutta Europa: Belobog ("dìo bianco"), Beleno ("colui che risplende"), Baldur ("oggetto lucente e rotondo"), e chiaramente Belus ("bianco splendente"), il nome indoeuropeo ricostruito. Il prefisso Bel-/Bal- significa "bianco", "splendente" o "bianco splendente". Credo che il concetto di un dìo bianco (innocente e puro) sia piuttosto universale, ma il nome non va confuso col semitico Baal ("lord", "signore"), un titolo utilizzato per parecchie divinità orientali. L'equivalente europeo - o piuttosto anglosassone - di quest'ultimo termine esiste, ma è legato al nome di una diversa divinità, cioè Freyr. Il termine "lord" deriva da uno dei suoi titoli: la parola anglosassone "hleward" ("custode del pane"). E posso aggiungere che "lady" significa "colei che cuoce il pane".

Hai registrato tutti i tuoi album ai Grieghallen Studios. Come è stato tornare in quegli studi da uomo libero per registrare "Belus"? Ti torna in mente qualche particolare ricordo?

No, non direi. Mi servo di questo studio poiché lo conosco e, sai, "se funziona, non cambiare". Inoltre, sono troppo conservatore e di mente ristretta per provare qualcosa di nuovo.

Il tuo metodo compositivo si affida ad un ampio utilizzo della ripetizione e all'alternanza dei temi. Parla dell'importanza di questi attributi nella musica che crei.

Le mie radici musicali e le mie fonti d'ispirazione non sono il rock'n'roll o la musica metal, ma prima di tutto e soprattutto la musica classica, la balalaika e la musica house underground. Mi piace che la musica sia mesmerizzante, quasi rituale, e per ottenere questo sono necessarie le ripetizioni e l'alternanza dei temi.

Parla del tuo approccio alla musica e di che cosa significa per te sederti, in una stanza o sotto una veranda, e comporre musica. Si tratta di un'esperienza catartica o di pienezza? Forse è un po' entrambe.

Registrare un album è catartico, o almeno per "Belus" è stato così, ma comporre musica riguarda più la pienezza che qualsiasi altra cosa, io credo.

Hai un libro su Burzum in lavorazione? Hai scritto spesso e profusamente per www.burzum.org.

No, ma alcuni anni fa scrissi un libro sulla scena Black Metal in Norvegia tra il 1991 e il 1993; però ho perso interesse all'argomento, e non ho alcuna motivazione che mi spinga a tradurlo e a pubblicarlo.

Si dice che Napoleone non conoscesse il significato della parola "impossibile". Tu lo conosci quello della parola "rimpianto"? Rimpiangi il modo in cui è andata tra te ed Euronymous?

Euronymous non era innocente riguardo quanto è accaduto. Pianificava di uccidermi, dunque io non rimpiango di averlo ucciso. La situazione in sé può essere spiacevole, dopotutto mi è costata 16 anni di prigione, ma certamente non rimpiango di aver ucciso un volgare delinquente come Euronymous. Ha scavato un buco e ci è caduto dentro da solo. Chi la fa l'aspetti.

Autore: Chris Dick (© 2010 "Decibel" rivista, USA)
Traduzione di Lupo Barbéro Belli



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